• "Dire Cristo oggi" (Riflessione)

    In occasione dell'apertura della seconda sessione dei lavori di Centro Formazione Diocesano "Giovanni Paolo II" a Pesaro, S.E.Mons. F. Lambiasi, ci ha proposto questa bella riflessione. Riteniamo cosa buona condividerla con voi.Un caro saluto a tutte le sorelle da noi tre.

    1. Viviamo tempi di grazia: ma ce ne rendiamo conto?

    L’affermazione – che anche i nostri sono tempi di grazia - non è frutto dell’ottimismo seraficamente imperterrito di chi si accanisce a ripetere che in fondo anche un pendolo rotto segna l’ora giusta almeno due volte ogni 24 ore. Per quanto possa suonare devota e rituale sulla bocca dei cristiani, la certezza di fede - che la grazia di Dio è più forte della “nequizia dei tempi” – è tutt’altro che improponibile nel dialogo con coloro ai quali dobbiamo rendere ragione della speranza che è in noi. Abbiamo infatti tutta una serie di ragioni - sia a priori che a posteriori – da offrire a “quelli che non hanno speranza”. A priori, perché da quando il Figlio di Dio ha piantato la sua tenda su questa “aiuola che ci fa tanto feroci” (Dante), da quando è morto e risorto “per farci felici” (Ep. Barn.1,4-6) e così è diventato il cuore del mondo e il motore della storia, Gesù Cristo non è più andato via dal mondo e continua a mantenere la promessa di restare con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo. Credere in lui significa ritenere per certo che il Padre continua a far sorgere il suo sole su tutti i suoi figli e che il suo santo Spirito non cessa di far convergere tutto al bene di coloro che amano Dio. Ma l’affermazione - che la grazia riesce a fecondare misteriosamente anche i tempi che alcuni definirebbero “di morta fede e di empietà trionfante” - è verificabile anche a posteriori. Certo, il mondo cambia, ma è proprio sicuro che… “prima era meglio”? Si legge in Qohelet: “Non chiederti perché i tempi antichi erano migliori di quelli attuali: non è una domanda intelligente!” (7,10). Eppure – affermava s. Agostino – “si trovano molti che si lamentano del proprio tempo, nella presunzione che solo i tempi passati siano stati belli. Ma si può essere certi che, se si potesse farli tornare a quel passato, quei tali non mancherebbero di lamentarsi ugualmente” (Serm. 346/C 1). Ci sono almeno tre buone ragioni che ci rassicurano del fatto che non siamo condannati alla disperazione, e neppure al rimpianto o all’angoscia, neanche alla rassegnazione. Primo, indubbiamente il mondo continua a cambiare rapidamente ed è già profondamente cambiato. Il secolo trascorso è stato il più secolarizzato della storia cristiana, ma il cristianesimo non è morto, a secca smentita di vari sedicenti profeti che ne avevano annunciato il funerale. Duemila anni sono passati, ma non si è attenuata la freschezza delle origini e “la missione della Chiesa è appena agli inizi” (RM 1). Scriveva un prete ortodosso russo, ucciso nel 1990 in circostanze oscure, padre Aleksandr Men’: “Solo uomini limitati possono immaginarsi che il cristianesimo sia giunto al suo compimento. In realtà il cristianesimo è ai suoi primi passi, timidi, nella storia del genere umano. La storia del cristianesimo non fa che cominciare” . E oggi ci è data una grazia grande: possiamo passare da cristianità di massa a cristianità del lievito, da un cristianesimo dell’abitudine a quello dell’innamoramento, da una spiritualità dell’osservanza a quella della ri-conoscenza. Secondo, è ritornata l’era dei martiri. Il XX secolo, il più secolarizzato di tutti i tempi, è stato anche il secolo del martirio. Cattolici, ortodossi, protestanti hanno dato il sangue per testimoniare la fede comune nell’unico Signore. Forse tre milioni di martiri, se si pensa che in Russia ne sono stati uccisi da cinquecentomila a un milione e più, quasi un milione nell’impero ottomano. E poi martiri del nazismo, del comunismo, della difesa della giustizia, della lotta alla mafia, dell’amore per i poveri. Il cristianesimo è tornato a costare: “Non tutti avranno l’onore di dare il loro sangue fisico - ricordava O. Romero, citando il Vaticano II - però Dio chiede a tutti coloro che credono in lui lo spirito del martirio. Avere lo spirito del martirio è dare la vita nel compimento del proprio dovere, nel silenzio della vita quotidiana, camminare dando la vita, come una mamma che senza spavento, con la sensibilità del martirio materno dà alla luce, allatta, fa crescere e accudisce con affetto suo figlio” . Terzo, è giunto il tempo in cui dobbiamo e possiamo tornare ad annunciare Gesù Cristo: è il tempo della nuova evangelizzazione. Oggi il problema non è più quello che avevano i nonni dei giovani di oggi: “Chiesa sì, Vaticano no”. Non è neanche quello dei loro padri, quando essi erano giovani: “Cristo sì, Chiesa no”. Oggi il caso serio è rappresentato da Cristo: perché è lui e non Muhammad il profeta, o Buddha l’illuminato, l’unico salvatore del mondo? Questo era il caso serio dei primi secoli della storia del cristianesimo: annunciare Gesù come unico Signore – e non Cesare! – della storia. Non è una disgrazia, né una sciagura: è una grazia grande e magnifica per la Chiesa dovere e poter tornare ad annunciare il nome benedetto del Signore.

    Ma, più vicino a noi, dove è possibile rintracciare “scintille”, magari piccole ma vivaci, di “una speranza viva” (1Pt 1,3)? Da un rapido censimento – e monitorando la sola Italia - se ne potrebbero cogliere almeno queste. “Adesso, se ci riuscite, ammazzateci tutti”, hanno gridato contro la mafia i giovani della Calabria – tra cui moltissimi cattolici - nella grande manifestazione a Locri dopo l’assassinio di Franco Fortugno, vice presidente della Calabria. Alla gente che spara, questi giovani si contrappongono come gente che spera. “Perdono chi mi ha ucciso il figlio”, ha dichiarato Giancarlo Malfer, l’anziano padre di Stefano, assassinato da un marocchino, per aver dato lavoro a un’immigrata, ex convivente dell’omicida. Mentre la Lega gridava vendetta, quel papà 70enne – che da 15 anni si reca spesso in Africa a portare aiuto ai missionari – invitava a onorare la memoria del figlio ucciso con una offerta per i bambini poveri dell’Africa. Qualche settimana fa Isolde Kostner ha comunicato la fine della sua carriera di sciatrice con queste parole: “Non parteciperò alle Olimpiadi perché aspetto un bambino, e quindi la mia prossima bellissima sfida non sarà rincorrere la medaglia d’oro, ma diventare mamma. Sono grata a Dio di avermi fatto questo bel regalo del tutto inatteso”. In occasione dell’ultima Giornata della vita, Avvenire del 5 febbraio ’06 riportava la notizia di Antonia Chiarantoni che, di ritorno dal viaggio di nozze, un mese dopo essere rimasta incinta, ha scoperto di essere affetta da carcinoma mammario. Al medico che le proponeva di abortire per potersi curare, ha risposto di preferire la vita del bambino alla sua. E perciò, d’accordo con il marito, ha rifiutato tutte le terapie per non danneggiare la sua creatura – Emanuele, che ora ha due anni - ed è morta il 29 gennaio scorso. Il marito ha dichiarato: “Antonia non ha mai rinnegato la scelta fatta. Ci auguravamo che il disegno del Signore fosse un altro. Sia fatta, però, la sua volontà”. Domanda: è proprio vero che cento anni fa era meglio? Di fatto allora il tasso degli omicidi era quindici volte superiore all’attuale, e il sindaco di Roma, Ernesto Nathan, scriveva di “padri che vendono i loro figli agli spazzacamini o alle vetrerie francesi o ai suonatori di organetto in America, alle madri che trafficano la verginità delle loro figlie per giocarne il ricavo al lotto”. So bene che a fronte di questa tabula praesentiae, si potrebbe stilare una tabula absentiae con drammatici segni di deficit vistosi di speranza. Sta di fatto che una categoria per comprendere la situazione in corso sembra quella del travaglio, più che il solito cliché della crisi: “Quello odierno è un travaglio faticoso, che comporta dolorose contrazioni, ma come ogni travaglio può essere fecondo. Non si vuole celare l’elemento oscuro che attraversa il nostro tempo e confonde la libertà dell’uomo, mentre ne fa impazzire il desiderio, lungo sentieri interrotti e spesso deliranti. Questo travaglio non uccide la speranza, ma chiede di autoesporsi” .

    1. Il caso serio: rischiamo una generazione di giovani senza speranza

    Icaro è un giovane prigioniero, col padre Dedalo, di una stupenda e geniale realtà che il padre, cioè la cultura che lo ha preceduto, gli ha regalato. Altissima espressione di abilità architettonica, il labirinto doveva liberare i cretesi dal mostro che divorava gli uomini, ma Minosse (il potere) ne ha distorto il fine trasformandolo in prigione per colui che lo aveva ideato. Icaro si è così trovato a condividere una situazione ereditata: figlio della libertà fertile e feconda che sa creare e del potere che cattura e attanaglia. Eppure non cessa di desiderare la libertà. Si lascia coinvolgere nell’avventura del volo, che tenta con ali precarie, impastate di cera e di desiderio, di poros e di penìa, di intraprendenza e di indigenza… Non è, quella di Icaro, l’icona plastica della presente generazione di giovani dell’Est e dell’Ovest che, vittime di uno sfrenato liberalismo, si trovano a vivere dei surrogati della libertà, come il consumismo, l’edonismo, lo pseudomisticismo alienante delle sette e dei vari movimenti religiosi alternativi? L’epoca moderna si era aperta con la dichiarazione dei “lumi” che collocava la liberté al primo posto nel trinomio della rivoluzione francese. E per libertà si intendeva l’affrancazione da ogni vincolo religioso: libertà dalla religione per conseguire la libertà della ragione. L’unica autorità vera era quella costituita nel nome della dea ragione, a cui tutti – anche il re – si dovevano sottomettere. Difatti “l’erba-voglio non cresce neanche nel giardino del re”. Da qualche decennio la globalizzazione ha inaugurato, a livello mondiale, una condizione “liquida” (Bauman): la vita personale si è destrutturata, sotto i colpi di rotture e continui cambiamenti; ci si sente più insicuri e instabili. Si è smarrito l’orizzonte del senso, come canta amaramente Vasco Rossi: “Voglio trovare un senso a questa vita / anche se questa vita un senso non ce l’ha”. Oggi si aggira un nuovo, ambiguo fantasma per l’Europa. Si tratta di uno spettro accattivante, che non sembra dover fare vittime; le sue sembianze non sono terrorizzanti, e il suo campo d’azione appare circoscritto alla sfera della libertà personale. Ma la libera scelta si è ormai fusa con il miraggio di raggiungere l’autosufficienza assoluta, sogno umano di onnipotenza, il desiderio degli individui di governare totalmente la propria vita, ignorando ogni senso del limite. La mitizzazione della scelta porta a decidere al posto degli altri, in nome del loro bene - per esempio con la selezione genetica di embrioni e di feti - e a sovrastimare l’idea di autonomia individuale, fino a esiti autolesionisti. Su “Il Foglio”, di recente, Camillo Langone ha dedicato un’intera pagina a maternità e aborto, da cui emerge una verità lampante: in Italia le donne giovani sono libere solo di abortire, di usare contraccettivi o magari, in futuro, di avviare convivenze omosessuali. Non però di realizzare quello che alla radice è il loro vero e profondo desiderio: la maternità, e per questo, un lavoro o comunque una tranquillità minima per avere un figlio. Il diritto alla scelta e all’autodeterminazione individuale – dogma indiscusso della nostra società postmoderna, invocato fino alla noia nelle recenti manifestazioni pro-Pacs o pro-aborto – può esistere solo in negativo, cioè per non procreare figli e per non fondare una famiglia: per questo fine ogni garanzia sembra inadeguata e ogni aiuto insufficiente. Invece per la gran massa di giovani donne che vorrebbero avere un figlio sono previste solo sanzioni e abbandono. Insomma le giovani donne sarebbero solo libere di rifiutare la vita?! “La stagione dell’imperativo eretico”: è una delle tante definizioni della condizione culturale della nostra società, riguardo a quel valore centrale e fondamentale qual è la libertà. “Eretico” – in questa formula - non va inteso come termine riferito all’area del dogma, ma nel suo senso etimologico, dal verbo greco hairèin, nel significato primario di “scegliere”. Con ciò si vuol dire che la situazione contemporanea è caratterizzata dall’espansione dell’area delle scelte, per cui l’eresia che un tempo era peculiare di tipi marginali ed eccentrici, è diventata una condizione generale: ognuno può scegliere il proprio credo. “Il problema maggiore, nell’attuale quadro – scriveva Pierangelo Sequeri, su Dialoghi, giugno 2004 – non è la libertà come facoltà di sottrarsi ai condizionamenti, bensì la libertà come attitudine a stabilire legami. L’idea balzana secondo la quale l’incremento della libertà è semplicemente proporzionale all’assenza di vincoli, non conduce da nessuna parte. Mi domando se porre in cima ad ogni progetto educativo il compito di educarci alla libertà sia oggi il più sensato. Alla libertà, per fortuna, siamo predisposti. Nel nostro quadro culturale, poi, la libertà è saldamente acquisita all’esercizio individuale dell’umano. Educare la libertà – ossia sapere cosa farne e come investirla – mi sembra la questione più interessante”. Aveva ragione un grande educatore, purtroppo oggi ancora incompreso, don Milani: “Chi regala la propria libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela”. Il problema è innanzitutto culturale: il crollo demografico in Europa non si può risolvere esclusivamente puntando sulla disponibilità dei servizi sociali e sulla flessibilità del mercato del lavoro. La politica deve certo creare le condizioni favorevoli a chi vuole avere bambini, ma al fondo è un problema di scarsa fiducia nel futuro. Abbiamo una generazione di trentenni che non hanno voglia e capacità di rischiare. Che cosa manca, per fare un impressionante esempio di massa, ai 120mila milanesi - a cui non manca nulla nel pane e nel companatico, nel successo e nel piacere - per infilarsi nel labirinto della cocaina? Ma prima ancora che problema di futuro – di escatologia - quello della nostra società è problema di antropologia. Chi è l’uomo: un animale un poco più evoluto di altri, prodotto dal gioco del caso? materia organica, destinata a stare sulla crosta della terra per una manciata di anni, e indirizzata all’annientamento? Così, dopo aver sofferto il delirio di onnipotenza per il miraggio dell’oltreuomo, la nostra società è costantemente a rischio di generare il sottouomo. Il materialismo è tuttora la grande e non superata tentazione di questo Occidente orgoglioso e disperato, che rischia di pensare l’uomo quasi come un “pollo in batteria”, poco capace di sollevare il capo dal becchime. Abbiamo già visto, durante l’atroce caso di Terry Schiavo, a quali aberranti paradossi può condurre questa concezione della vita e della morte. Avendo una volta detto (forse) che non avrebbe voluto una vita vegetativa, si è deciso che poteva morire così, disidratata, con i poliziotti accanto a impedirle di ricevere un’ultima carezza da parte dei genitori. Terry è stata probabilmente la prima vittima a essere immolata al mito della sovranità razionale sul proprio destino. Ma gli adulti dove sono? L’unica possibilità da parte di molti di loro – padri che vanno avanti tra indifferenza e perdonismo, madri che sognano di somigliare alle loro figlie – è l’offerta dell’effimero: il divertimento per vincere la depressione. O, al massimo, la droga del successo: “Se sarai bravo, avrai successo; se avrai successo, sarai felice”. Ma ai giovani non basta sapere cosa si mangia a bordo o a che ora comincia la danza sul Titanic: vogliono sapere dove sta andando la nave…

    1. Educare alla speranza: si deve e si può

    Di fronte a questa situazione sono possibili tre sbocchi. Il primo è un atteggiamento di rassegnazione, spesso sconsolata e disfattista: non possiamo farci niente; puntiamo a resistere, ma in fondo non ci resta che attendere la catastrofe finale. Il secondo atteggiamento è quello di chi non si rassegna, ma punta a rovesciare il corso delle cose, in particolare con proclami forti e ristabilendo regole ferree. E’ la linea della cosiddetta “tolleranza zero”. Il terzo atteggiamento, senza negare quanto c’è di valido nei primi due, punta invece non a condannare né ad esaltare il presente ma a “capirlo”, per discernere quali possibilità ci siano date per un nuovo annuncio del vangelo, e non per rovesciare o arrestare il cambiamento, ma per orientarlo. E’ quanto si cercherà di fare a Verona, nel convegno ecclesiale di metà decennio: “Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”. Non potrò mai dimenticare quanto avvenne nell’assemblea della CEI del maggio ’03, quando si definì il titolo-tema del convegno: a discussione ormai conclusa, l’arcivescovo di Vercelli, Mons. Masseroni, chiese che si riaprisse il dibattito, per discutere una proposta che gli era venuta in mente a quel punto: sostituire “Cristo” con “risorto”. Perché – disse – la nostra gente ormai è abituata a dire “Gesù Cristo”, quasi fosse un nome solo, ma molti non sanno più cosa significhi “Cristo”. E aggiunse: ciò che fa più problema oggi, molto più di qualche decennio fa, è proprio la fede nella risurrezione di Cristo. La nostra speranza non è una teoria; è una storia, un evento, anzi una persona: Gesù risorto. E’ vero: oggi c’è un… disperato bisogno di speranza. Dopo l’11 settembre ’01, Bauman immagina il nostro mondo come un aereo senza pilota. I passeggeri scoprono con orrore che la cabina del pilota è vuota e che non c’è alcun modo di azionare il pilota automatico; non si sa quindi dove l’aereo è diretto, dove atterrerà, chi deve scegliere l’aeroporto e se ci sono regole per permettere ai passeggeri di contribuire alla sicurezza dell’arrivo. In questi anni incerti e difficili è pressoché impossibile delineare scenari futuri, ma la speranza cristiana non coincide con la futurologia, e la profezia evangelica non appartiene al genere delle previsioni, come ad esempio sono le previsioni meteorologiche; appartiene al genere delle promesse. E le promesse di Dio sono sempre al di là delle attese umane: “Dio non realizza sempre le nostre attese, ma compie sempre le sue promesse” (Bonhoeffer). Questo significa che dobbiamo lasciarci sorprendere da Dio. E Dio non solo non si smentisce mai, ma neanche si ripete; si supera sempre: le sue promesse non le copia, le compie: non realizzando altro, ma andando oltre. Dopo l’11 settembre il futuro dell’umanità si è fatto molto più oscuro. Mentre alcuni sono sedotti dal presente eterno e vivono una vita “mordi e fuggi”, altri raccontano storie che promettono solo violenza. Noi cristiani non siamo quelli che predicono o prevedono il futuro, non siamo esentati dall’incertezza, ma crediamo in una storia che offre una buona notizia: Gesù è morto in croce per noi ed è risorto, e continua a camminare con noi. Noi non abbiamo una utopia da realizzare, abbiamo una speranza da investire, la speranza in “Colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto noi possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi” (Ef 3,20). Possiamo allora rimanere aperti al Dio delle sorprese, che sconvolge tutti i nostri piani per il futuro e ci chiede di fare quello che non avevamo mai immaginato di fare. Possiamo permettere a Dio di continuare a sorprenderci. Gesù è risorto: nella nostra storia, in questa interminabile, cupa litania di peccato e di morte, ha fatto irruzione quell’evento assolutamente imprevedibile. Troppo poco, un solo uomo sottratto al potere della morte? Apparentemente sì: nella grande struttura chiusa e compatta del peccato, la risurrezione di Gesù di Nazaret sembra avere aperto solo una piccola falla. Ma è una falla decisiva che alla fine farà infallibilmente affondare la titanica corazzata del male. Dunque sperare si deve, e si deve perché si può: Cristo è il Signore della storia; la sua risurrezione non ci salva ancora dal dolore, ma nel dolore ci mette al riparo dalla disperazione. L’evento della risurrezione ci ha riaperto il varco verso la trascendenza, senza il cui ossigeno la fiammella della speranza ha le ore contate, perché la pura immanenza non può che essere ripetitiva di se stessa: “bisogna andare oltre, bisogna andare oltre”, affermava Eraclito l’Oscuro.

    In conclusione vorrei provare ad impostare una ipotesi di come la speranza cristiana possa mettere in cantiere una controcultura evangelica, capace di umanizzare la società di oggi. Scelgo un campo particolarmente delicato e urgente, quello della cultura edonistica, che svincola la sessualità da ogni norma morale oggettiva, riducendola spesso a gioco e consumo, e indulgendo con la complicità dei mezzi di comunicazione sociale a una sorta di idolatria dell’istinto. A mio avviso, va innanzitutto rifondata la motivazione cristologica della castità cristiana. E’ interessante notare che nel NT quando si parla della purezza e dell’impurità si adotta il linguaggio dei moralisti pagani, per esempio degli Stoici, che esaltavano il dominio di sé, ma solo in funzione dell’autocontrollo, e quindi della signoria sul proprio istinto. Per s. Paolo però, nella catechesi di 1Cor 6,12-20, tutto discende dall’evento della risurrezione di Cristo, dal sacramento del battesimo, dal compimento escatologico della risurrezione dei nostri corpi mortali. “Non sapete – afferma – che i vostri corpi sono membra di Cristo… e che voi non appartenente a voi stessi? Il corpo non è per l’impudicizia ma per il Signore ” (1Cor 6,15.19.13). La motivazione a favore della enkrateia (dominio di sé) è rovesciata, rispetto all’etica pagana: la cosa più importante non è che io abbia il dominio di me stesso, ma che io ceda questo dominio a Cristo risorto, in modo da poter affermare con la castità del cuore e del corpo che “Gesù è il Signore!”. A questo punto la profezia della castità evangelica si fa di per se stessa critica nei confronti dell’idolatria edonistica; l’annuncio si fa denuncia. E’ necessario mostrare che “la castità è una virtù sociale” (Lacordaire). Occorre ingaggiare una battaglia culturale per sfatare i pregiudizi deterministici, per demistificare le distorsioni ideologiche operate in nome della libertà da ogni “repressione”, per denunciare il mare di sofferenze che derivano dalla disgregazione della famiglia, dal dramma dei coniugi abbandonati, dei figli contesi o lasciati soli, dall’abbrutimento della pornografia, dall’infamia della pedofilia: il tutto per l’esaltazione del libero godimento, insensibile alle sofferenze altrui . La proposta culturale consisterà nel riconoscere che la presenza dei cristiani in questo settore è stata particolarmente debole o latitante in questi decenni: timore di ricadere nel moralismo di stampo puritano degli anni precedenti? sudditanza di fronte alla nuova mentalità permissiva? sprovvedutezza di fronte ai potenti mezzi di comunicazione sociale? titubanza ad impegnarsi in un campo in cui si è considerati irrimediabilmente superati? scarsità di argomenti adeguati? In positivo, la controproposta culturale dovrà mostrare che la castità cristiana non fa amare di meno, semmai fa amare di più perché l’agape non spegne l’eros ma lo tiene in quota, perché sana in radice la voglia malsana di possedere e di usare l’altro. In una atmosfera erotizzata ad alto tasso di inquinamento, occorre formare nuovi cantori di un nuovo “cantico dei cantici”, che narri le sante inquietudini e le inesprimibili tenerezze dell’eros divino. C’è urgente bisogno di giovani capaci di volare alto e di aiutare a volare tanti giovani compagni, per “risplendere come stelle nel cielo, tenendo alta la parola di vita” (cfr Fil 2,15s). Nel cammino verso mete tanto esigenti, ci sostiene un passo invitante del Vaticano II: “Legittimamente si può pensare che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza” (GS 31).

    • Francesco Lambiasi